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giovedì 24 dicembre 2015

BUONE FESTE DAGLI EDUCATORI UNITI CONTRO I TAGLI

Buone Feste caro vecchio welfare. Nessuno più di te ha bisogno di un augurio sincero. Anche durante l’anno che va finendo non è che ti abbiano trattato tanto bene. Questa mania di tagliuzzarti un po’ dappertutto proprio non la perdono lassù in alto, nelle stanze dove si decide. Ma noi educatori siamo gente per bene, e allora buone feste anche a quelli che decidono. Sperando che si ricordino di tanto in tanto che di protezione e difese abbiamo bisogno tutti e che basta un nonnulla, una semplice capriola del destino, per passare dalla parte di chi ha bisogno.
Nel frattempo, la nostra città è crollata all’ultimo posto nelle graduatorie nazionali sulla sicurezza e allora auguri anche ai responsabili della sicurezza a Bologna, sperando che tra un decreto di sgombero e l’altro, trovino anche il tempo di occuparsi della nostra tranquillità.
Ma buone feste soprattutto a tutti quelli che stanno cercando un lavoro, una casa, una cura, a tutti quelli che hanno un bisogno. Avere bisogno è diventata la vergogna del nostro tempo, eppure è la condizione umana più naturale, quella cui nessuno si può sottrarre in ogni giorno della sua esistenza. Noi non abbiamo vergogna di aver bisogno. E continueremo anche nel 2016 a difendere l’esistenza dei mestieri in cui “ci si prende cura degli altri”. Lo faremo insieme ai tanti colleghi che a Bologna e nel resto del paese non si rassegnano all’idea di una società così diseguale, così precaria, così triste.
Buone feste a tutti loro, buone feste a tutti noi.

Educatori uniti contro i tagli



mercoledì 9 dicembre 2015

NOSTRA NOTA DI RISPOSTA A CHI CI MUOVE CRITICHE INFONDATE DAL WEB.

In giro, sul web e non, troviamo spesso articoli o commenti che ci portano a ragionare sull’essenza del nostro lavoro, o almeno su quella che noi pensiamo dovrebbe essere.
Si tratta infatti di un lavoro, il nostro, con le persone, spesso in condizioni di fragilità e debolezza, che rendono dunque necessari una serie di strumenti molto complessi da apprendere e da maneggiare, perché riguardano l’essere umano stesso, sia quello nel ruolo – provvisorio – di “supportante”, sia quello nel ruolo di “supportato”. È una professione di attenzione e analisi, un lento lavoro di emozioni e valutazioni costante. È anche, cosa molto importante, un lavoro di parola, in quanto universale e primo tramite di relazione e in quanto strumento di rappresentazione simbolica della nostra posizione rispetto all’altro e rispetto al mondo. Attraverso la parola, infatti, veicoliamo le nostre sensazioni ed emozioni, stabiliamo il punto in cui ci troviamo rispetto alle persone e alle tematiche, che nel nostro caso riguardano l’educazione e la crescita, definiamo un atteggiamento. La parola rappresenta una tendenza, un’indole della persona che la produce.
Ancora una volta ci siamo scontrati contro parole che ci sconcertano. Sono espressioni di rancore, di aggressività e di astio, pronunciate da persone che si proclamano esperte e che si assegnano una posizione di rilievo. Non sono rivolte alla difesa del Welfare e del nostro mondo professionale, contro le spinte forti allo smantellamento e alla mistificazione, ma sono scritte e lanciate all’interno stesso del mondo dell’educazione, contro persone che svolgono il lavoro dell’educatore da tempo (si legge “vadano a fare il loro lavoro”, ma il proprio lavoro non è appunto quello che si sta svolgendo da anni? Lavoro in cui c’è stata assunzione legittima da parte di enti pubblici e privati?). Si parla di abusivismo, si incita alla caccia alle streghe, alla guerra tra poveri, si cerca di aizzare gli educatori gli uni contro gli altri, si spinge alla rabbia, al rancore, allo scontro all’interno di una categoria professionale già fragilissima e quasi evanescente, dove l’unione rappresenterebbe l’unica opportunità di tutela e di spinta verso la legittima e giusta valorizzazione della nostra professionalità. Queste parole, scagliate a caso in momenti di frustrazione e collera nello stesso ambito dell’educazione, definiscono da sole la semantica a cui appartengono, e con essa l’atteggiamento e l’indole.
Noi Educatori Uniti contro i Tagli – e nel nostro nome, a leggerlo bene, è già presente uno degli obiettivi e interessi comuni a tutto il mondo educativo, attorno a cui unirsi e per cui muoversi insieme – crediamo che l’educazione sia qualcosa che dovrebbe riempirsi di parole, e quindi valori, nell’ambito dell’inclusione, dell’accoglienza, dell’accettazione e della crescita individuale e comune e rifiutiamo nettamente i loro opposti, contrari e negativi. Ci chiediamo dunque: hanno davvero un qualche tipo di valore, e quindi diritto di essere, l’aggressività, la collera, l’espulsività e dunque la paura nel mondo dell’educazione? Vanno ascoltati coloro che le esprimono quotidianamente, che ne hanno fatto verbo assoluto e unica modalità comunicativa, magari in una prosastica e venale campagna di associamento e proselitismo? Va dato loro peso? Oppure, laddove rifiutino in più occasioni il dialogo, vanno ignorati, oscurati e isolati?
Sig. Prisciandaro, lei manda con leggerezza migliaia di persona a fare il loro lavoro, che già svolgono positivamente da anni d’altronde. Se questo è il suo di lavoro, ovvero quello di spargere rancore e aggressività, di disunire, di attaccare debolmente e strumentalizzare in nome di una campagna abbonamenti scevra di contenuto, le auguriamo buona fortuna, laddove voglia malauguratamente continuare a perdere il suo tempo in questo modo, noi abbiamo cose più importanti e significative di cui occuparci. Almeno si accorga però, quando pesca a caso da internet e comincia a sentenziare scriteriatamente, che sta parlando di battaglie che hanno già ottenuto risultati e successo.
Visto inoltre il periodo dell’anno e dato che, anche se senza titolo, siamo dotati di grande correttezza e buona educazione, le auguriamo un Buon Natale.
Educatori Uniti Contro i Tagli


martedì 24 novembre 2015

Sabato 28 novembre alla "Festa dell'orgoglio educativo" ore 20:30 al TPO (Bologna), proiezione in anteprima del documentario "MUOS STORY".

Sabato 28 novembre alla "Festa dell'orgoglio educativo" ore 20:30 al TPO (Bologna), proiezione in anteprima del documentario "MUOS STORY" con presentazione dell'autore Guglielmo Panebianco.
"Muostory è un documentario che descrive i settant'anni di occupazione americana dell’Isola. Comincia con l'operazione Husky, che da inizio alla svendita del territorio siciliano, e incastra come pezzi di un mosaico i momenti più salienti della storia siciliana: il ruolo avuto da Lucky Luciano nell’invasione statunitense, la strage di Portella della Ginestra, il caso Mattei, l’omicidio di Kennedy per finire con la guerra in Afghanistan e in Iraq.
Un viaggio attraverso la storia e gli uomini che hanno segnato il destino della Sicilia, trasformata in avamposto di guerra grazie alle numerose Basi militari Statunitensi , sorte nel dopoguerra e sparse in tutta l'isola.
Il documentario fa palese la differenza fra le guerre di allora e quelle di oggi. Non mutano gli obiettivi, ma le modalità. Oggi assistiamo alle c.d. “guerre disumanizzate”, quella dei Droni e delle tempeste elettromagnetiche e psicotroniche. Il Muos a Niscemi, ne è un esempio. Dalla Sicilia si consentirà al complesso bellico industriale Americano di continuare a dominare l'intero pianeta e le sue risorse.
Muostory ricostruisce la storia della lotta che i cittadini conducono giorno dopo giorno da diversi anni contro l’istallazione Muos. Non esitando a svelare le complicità politiche, le infiltrazioni mafiose e massoniche, nonché i pericolosi rischi per la salute e l'ambiente di un territorio già fortemente martoriato da diverse forme d'inquinamento."

venerdì 6 novembre 2015

"FESTA DELL'ORGOGLIO EDUCATIVO - NO CUT PARTY 7" Sabato 28 novembre al TPO Bologna dalle ore 20:00.

Siamo giunti alla settima edizione della nostra festa di autofinanziamento, sperando di riuscire a proporre sempre una situazione ideale per fare festa, per ascoltare musica, per divertirsi, mangiare e bere birra (vino o altro)...e anche per ritagliarci uno spazio di dialogo, di incontro e di confronto.
Vi aspettiamo numerosi!!!
dalle ore 20 - aperitivo con stuzzichini
alle ore 20.30 - proiezione in anteprima a Bologna del documentario "No Mous Story". Sarà presente l'autore Guglielmo Panebianco
Concerti live dalle ore 22.30
- Marco Martucci e Band
- "Eh?"
- Special guest: CUT
...a seguire Dj set con Dj Magma e Dj Rox
Ingresso 3 Euro.
Segnaliamo:
Sabato 21 novembre dalle ore 19 al Vag61 (Bologna), Aperitivo di Autofinanziamento della Rete Educatori ed Educatrici Bologna.

lunedì 2 novembre 2015

"La nostra città sgomberata e triste?". Articolo ripreso dal sito Radiokairos.it

La nostra città sgomberata e triste?



Ancor più della crudeltà, dell’azione di sgombero dell’ex Telecom colpisce la sua gratuità. Lo sappiamo tutti: quel palazzone da pochi giorni riconsegnato al degrado e alla rovina rimarrà lì per anni, vuoto e inutilizzato. Che bel progresso: lo stato d’abbandono al posto dello stato sociale. E un costo altissimo per la città, in termini economici e di convivenza civile.
Lì vicino, a poche decine di metri, un altro non luogo: i bio-palazzoni con rifiniture d’alta qualità da redistribuire a ciò che resta della borghesia bottegaia di questa città, l’intento patetico di riqualificare l’area dell’ex mercato ortofrutticolo riconvertendo verso l’alto la classe sociale residente alla Bolognina. Sono ancora quasi tutti vuoti quegli appartamenti, invenduti, le strade che dovrebbero farli comunicare tra di loro non sono ancora state completate. In mezzo a tutto questo squallore fa quasi tenerezza il colosso di vetro del liber paradisus, mortificato per l’ennesima volta dalle forzature degli altri, ben più forti, poteri che oggi governano la nostra città, davanti ai quali ormai non riesce a far altro che chinare la testa.
Quel giorno sotto il palazzone della vergogna, in mezzo ai trecento che solidarizzavano con gli occupanti, c’eravamo anche noi, educatori e assistenti sociali, quelli su cui ricadrà il peso di dover provare a tirar fuori qualcosa dalle macerie generate da questo scempio della ragione. D’altra parte, ormai da tempo la Procura della Repubblica è diventata la nostra reale committenza, quella che determina gli indirizzi dei servizi sociali cittadini. Caterina, che all’interno dell’ex Telecom conduceva laboratori espressivi per aiutare tutti quei bambini a gestire la loro inevitabile impetuosità, gli occhi puntati verso gli occupanti sul tetto, mi ripeteva sconsolata che ci vorranno anni, e forse non basteranno, per compensare gli effetti devastanti che un atto così brutale e violento avrà sulla formazione della personalità di minori in una fase così delicata della loro crescita. Che favore immenso e inatteso per i predicatori della sovversione islamista, la nostra stupida cecità ingrossa continuamente il loro patrimonio di odio anti-occidentale.
A chi obietta che tra gli occupanti ci sia stato un uso strumentale dei bambini in chiave anti sgombero, che molti non avevano accettato in precedenza la collaborazione dei servizi per trovare soluzioni abitative alternative, è sin troppo semplice rispondere che il problema non può essere il nostro giudizio valoriale sui metri di misura per disperazioni così acute. Il problema non sono loro, siamo noi, cosa siamo noi, cosa siamo diventati. Una massa informe di cittadini spaventati che sperano passi la bufera: via, tratteniamo il respiro che poi tutto tornerà come prima. Ma nulla tornerà più come prima: le masse che si spostano non sono un’emergenza del nostro tempo, sono il nostro tempo.
Almeno se ne accorgesse la politica, ma pare proprio lei la prima vittima di tutta quest’esplosione di muscoli e brutalità, di prepotenza e ingiustizia sociale. Eppure basterebbe poco per trasformare questa indifferenza ostile in accoglienza, basterebbe non individuare in tutte le esperienze organizzative d’inclusione sociale che con enorme fatica sbocciano dal basso, dei nemici da abbattere come birilli ma aiutarle a diventare forza propulsiva, elemento di contagio per una città più equa e solidale. Basterebbe creare sul territorio luoghi di esistenza transitoria degna per tutte queste genti di passaggio, spazi dotati dei servizi fondamentali, piccole abitazioni prefabbricate mono famigliari (e superare finalmente l’orrore delle famiglie divise dopo lo sfratto: la madre con i minori in albergo, il padre il più delle volte in macchina, la condizione di fragile precarietà che da passeggera diventa permanente tra il menefreghismo degli ipocriti adulatori dei vari family day). Basterebbe rispondere all’unica domanda che di fronte a questi fatti ha senso farsi: esiste ancora il diritto all’esistenza? Esistenza reale, culturale, politica, come dimostra la scia di repressione che in pochissimi giorni da Atlantide, passando da Via Solferino, è arrivata fino in Via Fioravanti e poi chissà dove.
Alla recente assemblea a @Labas mi ha colpito in particolare l’intervento di un giovane attivista della caserma occupata di via Orfeo. Mi ha colpito la sua autenticità, quella di chi con sincera incredulità s’interroga sulle ragioni del possibile imminente sgombero di un luogo in cui, insieme ai suoi compagni, ha “creato un laboratorio di bio-pizza, uno spazio educativo per i bimbi del quartiere,il mercato di Campi Aperti a chilometro zero e soprattutto una pratica attiva di relazioni umane positive e socializzanti”. Mi ha fatto male ascoltare quel ragazzo. Mi ha ricordato che molti di noi , ormai sopra ai cinquanta, hanno assimilato la sconfitta come orizzonte probabile delle loro lotte: per noi lo sgombero di un luogo occupato alla fin fine è inevitabile perché è così che da sempre succede, ricominciare ogni volta è nell’ordine normale delle cose, “quando avevamo trovato tutte le risposte ci hanno cambiato tutte le domande” stava scritto sopra un muro di Quito negli anni settanta. Per quel ragazzo non è così, per lui uno sgombero si può, si deve evitare, una lotta giusta si può, si deve vincere. E’ la forza della sua spontaneità che ci manca, quello di cui abbiamo bisogno. Bravo ragazzo: questa volta ricominciamo da te.

Paolo Coceancig della nostra tramissione “Signore e signori il welfare è sparito”.

giovedì 29 ottobre 2015

RETE EDUCATRICI ED EDUCATORI BOLOGNA, SABATO 21 NOVEMBRE APERITIVO DI AUTOFINANZIAMENTO. EDUCATORI UNITI CONTRO I TAGLI, SABATO 28 NOVEMBRE "FESTA DELL'ORGOGLIO EDUCATIVO - NO CUT PARTY 7".

Sabato 21 novembre dalle ore 19 al Vag61 (Bologna), Aperitivo di Autofinanziamento della Rete Educatori ed Educatrici Bologna.
Sabato 28 novembre dalle ore 20 al TPO (Bologna), "Festa dell'Orgoglio Educativo - No Cut Party 7" degli Educatori Uniti Contro i Tagli.
Per sostenere i diritti degli operatori e delle operatrici del sociale, la dignità professionale e per un Welfare inclusivo e solidale! Vi aspettiamo....





CONTRIBUTO DELLA RETE NAZIONALE ALLE GIORNATE BASAGLIANE, CONVEGNO TENUTOSI IL 23/24 OTTOBRE A TORINO

DIMENTICARE BASAGLIA RICORDANDOLO
Franco Basaglia amava ripetere che "l’irrecuperabilità del malato è spesso implicita nella natura del luogo che lo ospita". Dove la parola luogo può essere intesa, nella sua estensione simbolica, fino ad abbracciare i contesti di vita presente e passata, le relazioni umane e tutte le esperienze del vivere che segnano le nostre personalità. La condizione di sofferenza dei pazienti della Salute Mentale nasce infatti il più delle volte dalla loro biografia relazionale e necessita dunque, per attenuarsi e approdare ad un punto d’equilibrio che renda degna un’esistenza, di un lavoro di cura che non sia esclusivamente sanitario, che non miri cioè, semplicemente alla guarigione del sintomo. Non siamo in chirurgia o in ortopedia, dove l’approccio curativo sanitario può anche bastare a se stesso (anche se un po’ d’umanità in più non farebbe male neppure da quelle parti). Altrimenti per onestà intellettuale sarebbe più corretto parlare di “controllo sociale” e non di riabilitazione, soprattutto in sede di definizione degli obiettivi. Dimenticare Basaglia ricordandolo, sembra essere il leit motiv di questi nostri tempi. Non si contano infatti gli incontri, le ricorrenze, i seminari in cui più o meno tutti incensano l’opera del coraggioso psichiatra veneziano fino addirittura a dichiararsi fedeli discepoli. Ma dietro i tagli ai nastri che celebrano le ormai innumerevoli associazioni di famigliari (molto meno di pazienti) e le slide colorate spesso c’è poco o nulla. Basaglia nelle residenze psichiatriche dei nostri giorni, sia in quelle tradizionalmente restrittive che in quelle a vocazione maggiormente riabilitativa, non sembra trovare posto. Nella pratica riabilitativa quotidiana, nell’elaborazione dei vissuti dei pazienti, nei lunghi processi di pensiero che dovrebbero sempre, in ogni momento, accompagnare l’operatività di chi fa il nostro mestiere, Franco Basaglia semplicemente non è contemplato. Sappiamo bene che i portatori di quell’immensa svolta umanistica sono stati, insieme ai medici più illuminati, gli infermieri che con essi lavoravano, ma il naturale approdo di quel percorso doveva portare fuori dalla psichiatria comunemente intesa e favorire dunque l’avvento di figure più slegate dal mondo sanitario tout court, portatrici di una visione della persona più umanistica, da reinserire nel mondo socialmente attivo prima ancora che da guarire. Al contrario, un po’ ovunque, assistiamo alla progressiva sostituzione di queste figure con quelle a taglio maggiormente assistenzial-sanitario (infermieri e Oss), con il conferimento a quest'ultime di mansioni che non competerebbero loro e per cui non sono state formate, con un'ovvia ricaduta in negativo sulla qualità del servizio reso al cittadino che lo richiede e che avrebbe il diritto di riceverlo con la maggior qualità possibile. Da anni i presidi delle facoltà di medicina stanno parlando di sostituire il corso di laurea triennale in Educazione Professionale con un master di un anno successivo al triennio in infermieristica. Non è questa la sede per disquisire su titoli e non titoli (tra l'altro noi della RENOS ci siamo fatti da tempo promotori di una battaglia per il riconoscimento di chi da anni lavora senza titolo specifico ma con pieno diritto nei servizi sociali), ma questa è la prova provata che, semmai andasse in porto una cosa del genere, non esisterebbe più un percorso formativo specifico per diventare educatori professionali che possano lavorare in ambito sanitario. Ovvero gli infermieri faranno gli educatori e basta. A questi colleghi tra l’altro, chiediamo di unire la loro lotta alla nostra: quello che stanno chiedendo loro infatti non è altro che svolgere due mansioni al prezzo di una. I soliti tagli camuffati dalla riorganizzazione permanente.
Per tutti questi motivi noi educatori e OSS della Rete Nazionale Operatori Sociali, oltre ad esprimervi il nostro rammarico per non poter essere presenti al vostro convegno, vogliamo inviarvi i nostro calorosi saluti, insieme al nostro sostegno e alla comunanza con le vostre battaglie che poi sono anche la nostre.
Buone giornate basagliane a tutti
RETE NAZIONALE OPERATORI SOCIALI

martedì 20 ottobre 2015

EDUCATORI: STOP ALLA GIUNGLA DEI TITOLI DI STUDIO Salvaguardando chi lavora senza titolo. Audizione in Parlamento sulla legge Iori per la rete ReNOS e Educatori Uniti.

Manca ancora mezz’ora all’inizio dell’audizione e i rappresentanti delle associazioni degli educatori e dei pedagogisti vengono fatti accomodare in una sala davanti all’aula delle commissioni.

L’audizione verte sulla proposta di legge Iori che vuole mettere ordine alla giungla dei titoli di studio nel campo educativo. Dopo un incontro a fine Luglio con l’on. Iori, gli Educatori Uniti contro i tagli e la Rete ReNOS hanno potuto portare i loro contributi alla legge.
“Una volta a Montecitorio sono arrivate dopo pochi minuti l’on. Milena Santerini (Per l’Italia) e l’on Vanna Iori (PD) a darci il benvenuto. Come noi invitati all’audizione c’erano Agostino Basile dell’associazione PEDIAS, Mariangela Grassi per l’ANPE,  Alessandro Prisciandaro per l’APEI e Domenico Simeoni docente di pedagogia all’Università Cattolica di Brescia” racconta Stefania Tenan (EducatoriSenza Diritti di Monza e ReNos) “Con quest’ultimo abbiamo sin da subito iniziato a parlare del mondo educativo trovandoci in sintonia su diverse questioni. Ci siamo lasciati auspicando ad un possibile convegno nell’università di Brescia “
Simeoni ha sintetizzato il suo intervento andando al cuore della difficile questione che riguarda gli educatori laureati in classe 18 ( Lauree in scienze dell’Educazione e della Formazione) e degli educatori laureati in classe 2 (Lauree nelle professioni sanitarie e della riabilitazione), chiedendo che per gli educatori laureati in classe 18 che operano nei  “servizi di integrazione socio sanitaria per i quali sono previste competenze sia riferite all’ambito sanitario sia educativo si possano aprire delle possibilità di partecipare ai concorsi(…)”.
Salvatore Della Capa (Educatori Uniti contro i talgi e ReNOS) racconta che “l’arrivo a Montecitorio è una importante tappa di un lungo percorso nato circa un anno fa a Bologna”, dove lui per primo ha voluto fortemente lavorare sul tema del riconoscimento dei titoli di studio degli educatori, ma con una sottolineatura in più: “Vogliamo che la legge Iori non dimentichi gli educatori senza titolo” ribadisce Della Capa durante l’intervento in aula. “Quello che si vuole evitare è che in un’identità professionale in costruzione si creino già due livelli distinti, un educatore di serie A e uno di serie B. Inoltre si vuole scongiurare un problema occupazionale di enorme portata”.
Sappiamo infatti che decine di migliaia di educatori lavorano da decenni senza laurea dato che, al tempo del loro inserimento lavorativo, non era presente nessuna condizione strettamente necessaria riguardo a titoli accademici e il bisogno di operatori sul territorio era alto. Oggi questi lavoratori, che hanno dato avvio a diversi servizi sui territori, acquisendo esperienza, competenza e avendo fatto del lavoro educativo la loro fonte di reddito, si trovano a rischio di non vedere riconosciuta formalmente la loro esperienza decennale e potenzialmente di poter essere lasciati senza lavoro.
“Vorremmo che nelle mansioni dell’educatore si rinforzi una mansione che già gli educatori svolgono ovvero quella del formatore”. Incalzato dalla presidente della commissione Della Capa conclude velocemente il suo intervento su un tema importante più volte affrontato durante gli incontri nazionali degli operatori sociali. Molto spesso agli operatori più anziani viene richiesta una sorta di tutoring nei confronti degli operatori più giovani. “Nella mia carriera lavorativa” esemplifica così Stefania Tenan “ho lavorato per circa dieci anni in un servizio in cui ho visto transitare molti colleghi alle prime armi. Con passione mi sono adoperata come potevo a trasmettere loro le mie competenze non senza fatica, però anzi vivendo momenti di difficoltà perché questo compito, richiestomi dalla mia coordinatrice, doveva essere svolto durante la normale giornata lavorativa. Mi riducevo a fare slalom tra le già molte cose da fare, senza nessun mandato formale e quindi con i conseguenti nervosismi delle altre colleghe che si trovavano a dover svolgere dei ‘pezzi’ di lavoro al posto mio mentre io ‘formavo’ le nuove colleghe.Ovviamente il tutto senza nessun tipo di riconoscimento economico.”
L’intervento di Mariangela Grassi (ANPE) propone essenzialmente di istituire l’ordine dei pedagogisti e l’ordine degli educatori, ritenendo la presente proposta di legge dannosa in quanto “creerebbe, se entrasse in vigore, più confusione di quella che c’è già”. Con gli albi le due figure sarebbero secondo l’Anpe “riconosciute, disciplinate e acquisterebbero delle garanzie in ambito professionale”.
Puntuali e meticolose le osservazioni riportate da Agostino Basile (Pedias) in riferimento a norme di legge e riferimenti erroneamente riportati nella proposta. Punta il dito anche sul poco spazio dato alla figura del pedagogista sin dalla prolusione. Viene chiesta da Pedias l’abolizione degli articoli 3,4,6 e 10 inerenti alle mansioni del pedagogista e dell’educatore dato che “vanno a delimitare gli ambiti applicativi del lavoro e renderebbero difficile il futuro professionale di ciascuno(…)qualora ci fosse la possibilità di lavorare in altri ambiti non descritti dalla legge”. Ultimo ad intervenire Prisciandaro (Apei) “una proposta di legge che aspettavamo da un ventennio”.
Un’audizione che a visto voci multiple confrontarsi sul tema della regolamentazione dell’educatore e del pedagogista e proporre soluzioni, aggiunte, variazioni alla proposta di legge 2656, da cui può dipendere molto del futuro di tali figure professionali.

giovedì 15 ottobre 2015

Aggiornamento: audizione Educatori Uniti Contro i Tagli e Rete Nazionale Operatori Sociali per il riconoscimento degli "educatori senza titolo".

Montecitorio: Oggi in commissione 7, Salvatore Della Capa ( insieme a Stefania Tenan come auditrice) ha presentato i gruppi degli educatori e delle educatrici che rappresenta in questa sede (Eucit e REnos) ed ha spiegato quali modifiche o aggiunte suggerite ed evidenziato nodi critici riuscendo magnificamente a giostrarsi coi tempi concessi. Sono poi intervenuti altri rappresentanti di educatori e pedagogisti fra cui APEI .
Infine L'On. Santerini ha ringraziato ..."per le puntuali osservazioni e per aver dato testimonianza di un mondo sommerso che non è conosciuto dal grande pubblico, un mondo che non filtra sulla stampa e a cui si vorrebbe dare voce". Anche l'On. Iori ha ringraziato..." per l'apporto produttivo e prezioso di cui terranno conto nelle modifiche soprattutto per quanto riguarda le norme transitorie che effettivamente consentiranno di percorrere il passaggio dalla stagione dei cosiddetti senza titolo alla nuova stagione in cui sarà requisito fondamentale il titolo"......nella prossima trasmissione "Signore e Signori il Welfare è sparito" ascolteremo un lungo stralcio dell'intervento di Salvo.
Non abbiamo ancora in mano nulla ma la cosa rilevante oggi è che la realtà professionale dell'Educatore/educatrice con o senza titolo comincia a rendersi sempre più visibile. Grazie anche a noi!

Link video audizione: https://www.youtube.com/watch?v=WnJHW3wFCuU&feature=share